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Giorni in Birmania - Federico Wilhelm photography

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"Testa o croce? Scegli..." sembra dire il pollice impaziente pronto a scattare sulla faccia sgomenta della moneta.
 
Federico Wilhelm sceglie senza imporre alcuna scelta. Anche quando gioca - con un segno, un’ombra, un riflesso - in realtà è lì che documenta, che accoglie - e raccoglie - ogni traccia con cura. Sempre sul filo, fra sacro e pagano, in uno spazio compresso, per nulla scontato. Dove la provocatoria croce-simbolo di una grande azienda affianca croci lacrimanti, tese, verticali, simboli magri di speranza e accettazione del dolore. Non depista e non mischia le carte. Gira coi suoi occhi indagatori in mezzo al mondo - e in mezzo mondo - per domandarci "testa o croce?".
 
Quando torna, ha con sé croci di ferro, di legno, di stoffa, di pietra, d’inchiostro; croci dipinte e croci riflesse, tatuate sui muri e sulla pelle scurissima del cielo. Croci piantate in spazi aperti - spalancati - e minuscole croci nascoste. Croci spavalde e croci timorose. Anche quando astrae un elemento simbolico dal reale, Federico in realtà non inventa. È questo atteggiamento che spalanca la nostra attenzione.
 
Siamo in un mondo ancora più complesso di quanto si possa immaginare. Un mondo irrorato di segni: incroci o sbarramenti. Croci di spade, di finestre, di loghi e di luoghi, di visioni lucide e astratte, due linee - sarà un caso? una orizzontale e una verticale - estratte dalla luce inestricabile della realtà.
 
Il bianco e nero non dà scampo: amplifica un emblema tra i più antichi al mondo.
 
Se il fotografo non giudica, non gioca e non inventa, allora la sua voce documenta, sottopone, sprona alla riflessione.
 
Nelle fotografie non c’è trascendenza né critica alla modernità. La sua è quasi un’accorata constatazione. L’ironia c’è ma è confinata: ha un’eleganza, un pudore. Ci sono sempre due sapori, due elementi, due voci. Testa o croce? Ragione o fede?
 
Si invita al viaggio. In modo composto.  Di quest’opera "errante" sorprende l’idea, la suggestione che l’innesca, ma anche l’eco delle singole storie. Casabindo, con quella croce di foglie e di rami che buca il bianco abbacinante dell’estate; cieli neri e croci bianche, e chiese ortodosse e cristiane, e profondissimi teatri di silenzi e chiaroscuri; poi, quasi per gioco, torna il tema - serissimo - del gioco: è una foto intensa, quella scattata nella casa circondariale di Lecco; e poi l’Armenia, una donna raccolta in preghiera, in un silenzio fresco e polveroso - arcana concentrazione - un velo bianco cucito con lo stesso tessuto della croce; e infine L’Aquila - un’altra croce - scampata allo spasmo violento della terra, soffocata e gemente, trafitta dal dubbio e dalla fede.
 
Un viaggio lungo sedici anni. Colpisce, in questi scatti chirurgici e essenziali, l’anomalia quasi casuale con cui la testa s’incrocia con la croce: anche nelle immagini più sacre, più intrise di spiritualità, c’è sempre un elemento, un richiamo pagano a una realtà "barbara" e materica. È una fotografia di contrasti, di valori e anti-valori, che però ha l’accortezza di non ferire. Di non abusare. Ha la grazia di chi non pretende di insegnare. Mostra.
 
Offre, allo spettatore più attento, la possibilità di decidere: "testa o croce?".


Emiliano Cribari                   
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