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Finzioni - testo Laura Polo D'Amborsio - Federico Wilhelm photography

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Portfolio
FINZIONI  


Una sera a teatro, i testimoni dell’accusa sono le anime degli ebrei sterminati; l’attore lancia una nuvola di polvere bianca così da evocare un revenant che prende voce e corpo.
 
Il fotografo fissa ciò che gli spettatori vedono accadere: l’inquadratura realizzata da Federico Wilhelm coglie l’intensità drammatica del gesto teatrale e la luce trattenuta dai frammenti del gesso traduce il sussurro delle parole di accusa del fantasma. Ma nella sequenza di scatti, mentre lentamente le ‘ceneri dei morti’ ricadono sul palcoscenico, l’obiettivo sorprendentemente registra anche l’immagine, vera e involontaria, di un corpo evanescente. Le due fotografie non dicono esattamente la stessa cosa: la prima nella sua straordinaria empatia comunicativa racconta, mentre la seconda scuote la coscienza, apre lo sguardo sulla sofferenza tanto da permetterci di leggere in modo del tutto inedito l’umanità degli individui.
 
Le opere d’arte sono questo imprevedibile, sono oggetti che provengono da mondi immaginari cui noi diamo voce. Osservare un’immagine equivale a riflettere: infatti molti sono i richiami, le similitudini - ovviamente anche le differenze - tra parola e immagine, ma entrambe sono elementi del pensare.
 
Quando iniziamo a leggere un romanzo aspettiamo che sia lo scrittore ad accompagnarci in terre sconosciute, oppure quando ascoltiamo un componimento musicale con pazienza seguiamo lo sviluppo di ogni movimento e il sottile dialogo tra ogni singola nota. Per l’arte figurativa spesso non è così, ci accontentiamo di un’impressione momentanea e fugace. Una fotografia è un’immagine che presenta aspetti riferibili certamente al momento storico in cui è stata realizzata, anzi potrebbe essere letta come la più realistica tra le arti grafiche, perché le immagini sono tratte direttamente dalla realtà, ma al contempo non va dimenticato che ogni immagine rivela verità sommerse che mettono in discussione le nostre certezze e ci sfidano a percorrere nuove strade. Il segreto sta nell’imparare a sedersi non davanti ma dentro l’opera d’arte. Stiamone certi, ci sarà sempre un dettaglio che sfugge alla codificazione e ci conduce nel mondo libero dell’imprevisto e dell’immaginazione.
 
E chi più di noi oggi, proiettati nell’AI, riesce a comprendere fin dove si può spingere la ‘bugia’ dell’immagine? Eppure è proprio nell’equilibrio tra realtà e illusione che risiede la dimensione visionaria e attrattiva dell’opera d’arte e, dunque, anche di queste fotografie scattate sia nel backstage, sia durante le prove e gli spettacoli teatrali in tempi e luoghi differenti da Federico Wilhelm, tra il 2004 e il 2016. Se da un lato, però, ciascuna serie di immagini documenta un incontro circostanziato, essendo stata generata dalla diretta presenza di Federico durante le fasi di costruzione dello spettacolo, dall’altra ogni fotografia vive di una sua autonomia comunicativa. Come per tutte le opere d’arte l’approccio non può essere solo emozionale: ciascuno scatto infatti indaga la relazione che si instaura tra parola, immagine e rappresentazione riferita ad un preciso contesto temporale. Solo condividendo la dimensione progettuale di ognuna delle performance teatrali Federico Wilhelm ha colto snodi narrativi essenziali, costruiti attraverso azioni e focus luministici, come pure i caratteri propri dei personaggi e le sfumature espressive di volti e gesti. Al contempo è pur vero che ogni fotografia possiede una sua autonomia comunicativa e, come accade per ogni nostro ricordo o emozione, essa può attivare nello spettatore un grado di invenzione e di riflessione capace di trasformare l’immagine in un nuovo racconto, a patto che si sia dotati di una sana attenzione per quel tanto di vita che sfugge all’occhio distratto. È questa l’operazione compiuta da Wilhelm in Finzioni: egli ha messo in dialogo tra loro immagini che, come personaggi teatrali, potessero enucleare alcune formule perenni e archetipe dell’umana lotta per la felicità e per la vita, essere cioè catalizzatrici delle tensioni e delle tragedie, come pure delle speranze e delle attese di ogni individuo. Attraverso l’allestimento tematico Federico propone un inedito racconto che richiede da parte nostra la docilità di farci accompagnare dal suo punto di vista, anche se poi ci possono affascinare in forma più intensa i tremori e le pulsazioni presenti in alcune fotografie, che collimano con la nostra sfera emozionale. Probabilmente il dialogo che si viene a creare tra l’identità di ognuno di noi spettatori e una diversa percezione della realtà, ovvero quella dell’artista, è uno degli elementi che permettono all’opera d’arte di essere strumento essenziale alla nostra vita comunitaria.
 
L’unicità di questo racconto fotografico, ideato per dialogare con lo spazio scenico, risiede nel permettere a tutti di sperimentare la dimensione adrenalinica del momento creativo inteso come quell’istante irripetibile, reale senza essere un trompe-l’oeil, che appartiene al tempo dello scatto fotografico e al tempo della scena teatrale.
 
Laura Polo D’Ambrosio


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